Pellicola e cuore alle montagne
Bolognese, reduce di guerra e partigiano, scelse il mestiere inedito di esploratore con la macchina da presa. Unì un grande rigore documentaristico a uno sguardo poetico e profondamente umano, capace di immedesimarsi nella fatica dei portatori e di salvare dall’oblio culture destinate a scomparire . In oltre trenta spedizioni mondiali fu cineasta, fotografo e autore di decine di volumi, spinto da una curiosità enciclopedica per le terre ignote. Fondò il CISDAE per trasformare la memoria dell’alpinismo in un patrimonio universale, prima di unirsi come “tredicesimo alpinista” all’impresa che lo rese leggendario: la conquista del K2
Mario Fantin
La conquista del K2
Nel 1954, Mario Fantin partecipò alla storica spedizione italiana al K2 guidata da Ardito Desio nel ruolo di cineoperatore e fotografo. Ben presto, per il coraggio e la resistenza dimostrati, fu riconosciuto da tutti come il “tredicesimo alpinista”. Spingendosi fino a 6000 metri di quota, documentò l’impresa sfidando un gelo estremo e raffiche di vento così violente da rendere quasi impossibile sorreggere la sua cinepresa. Nonostante l’ordine tassativo di non intralciare gli scalatori, Fantin riuscì a “vedere senza essere visto”, catturando con sensibilità anche la fatica dei portatori Baltì, nei quali rivedeva la propria sofferenza di giovane soldato in guerra. Le sue riprese, cariche di uno sguardo poetico, costituirono l’anima vibrante del film Italia K2. Parallelamente, nel suo diario K2 – Sogno vissuto, raccolse emozioni, dettagli tecnici e schizzi minuziosi della montagna, tracciati con una scrittura a tratti incerta per i brividi di freddo. Grazie al suo instancabile lavoro, la cronaca dell’ascesa si trasformò in un’opera di documentazione artistica e storica senza precedenti, capace di restituire al mondo intero la meraviglia di una sfida al limite del possibile
